LEADER si nasce o si diventa? Alla ricerca di una leadership efficace

Per gli addetti ai lavori questa domanda è un leitmotiv che accompagna le scelte strategiche ed organizzative da sempre. La risposta, naturalmente, non è scontata ed ha molte sfumature come ci insegnano la ricerca scientifica e la pratica manageriale.

LEADERSHIP INOVARA metà del secolo scorso le cosiddette “teorie dei tratti” sostenevano che la capacità di leadership fosse innata nei tratti della personalità degli individui e fosse, quindi, una condizione on-off: leader si nasce. Tali teorie trovavano fondamento nello studio delle biografie di grandi condottieri e leader del passato -da Giulio Cesare a Napoleone, da Hitler a Gandhi – e in una certa influenza della filosofia del superomismo di Nietzsche e D’Annunzio.

Le teorie più moderne invece ci presentano un quadro più composito e multi-sfaccettato della leadership, attingendo solo parzialmente alle teorie dei tratti e valorizzando invece un approccio per competenze. E’ doveroso tuttavia premettere che, essendo molto numerose le discipline che si sono occupate di leadership (dalla psicologia alla sociologia, dalle scienze politiche a quelle economico-manageriali), è molto difficile dare definizioni univoche ed unanimemente riconosciute di questo concetto.

L’Enciclopedia Treccani fornisce una definizione generale, ma efficace del leader: “ Il leader è colui che ha una volontà motivata di scelta e i mezzi per farla valere presso gli altri partecipi della relazione sociale, motivando un conforme comportamento di gruppo”. Una specificazione dei “mezzi” viene fornita, in ottica manageriale, da La Bella (2005) secondo il quale “La leadership consiste nella padronanza e nell’impiego sistematico di capacità, che tutti possono acquisire ma pochi si impegnano ad imparare ed utilizzare, che permettono di guidare un gruppo di persone verso il raggiungimento di obiettivi non conseguibili tramite i convenzionali metodi di comando e coordinamento gerarchici”.

Secondo questo approccio, dunque, leader si diventa, attraverso l’acquisizione di una serie di strumenti e competenze che permettono di oltrepassare gli strumenti gerarchici per stimolare la motivazione degli altri verso il raggiungimento degli obiettivi. E’ chiaro dunque come il leader debba acquisire un portafoglio piuttosto ampio di competenze – dalla capacità di ascolto alla visione strategica e la gestione del tempo, ad esempio -, ma è altrettanto indubbio come non si possa individuare un leader prescindendo da alcuni tratti della personalità. Proprio incrociando queste due dimensioni la letteratura manageriale ci offre diverse tipologie di leadership: quella carismatica, transazionale e trasformazionale a seconda di quali siano le leve messe in campo dal leader per stimolare i suoi follower verso il raggiungimento degli obiettivi (la visione, la passione, lo scambio o l’empatia).

Nasce a questo punto un’altra domanda: esiste uno stile di leadership ottimale? Come sempre, la risposta è “no”: lo stile di leadership più efficace viene determinato da una serie di fattori contestuali e relazionali  che il leader stesso dovrebbe essere in grado di decifrare ed analizzare, come insegnano le più famose Business School del mondo. Molte ricerche e casi empirici hanno dimostrato infatti come un leader efficace deve essere in grado di modulare il proprio intervento in modo contingente ed utilizzare le leve motivazionali di volta in volta più efficaci.

Essere leader si rivela dunque un compito “faticoso”, come sostiene La Bella, ed è decisamente più facile essere “capo” ed utilizzare gli strumenti di comando e controllo forniti dall’autorità gerarchica, ma gli ottimi  risultati in termini di performance offerti dalla guida di un buon leader meritano sicuramente un investimento nella formazione di leader, piuttosto che di capi.